Shorei Shobukan, la scuola del rispetto. Massimiliano Andreani: “L’arte marziale deve educare attraverso la fragilità”

Di Mattia Zucchiatti

Commentando un suo allenamento di Sports Chanbara con un ragazzo disabile in deambulatore, Massimiliano Andreani, maestro della scuola Shorei Shobukan, si è chiesto: “Sto imparando o sto insegnando?”. La sua è una scuola di karate Goju-Ryu, al cui interno ci sono corsi di Kenjutsu, Kobudo di Okinawa, Karate Contact e, appunto, Sports Chanbara, disciplina di scherma soft air giapponese importata in Italia negli anni ’90 e che sta rapidamente conquistando appassionati. Tra loro c’è anche Francesca Gioffredi, allieva della scuola e già vincitrice dell’Europeo, che sarà tra i protagonisti al 49° Campionato Mondiale di Sports Chanbara a Yokosuka, dove incontrerà avversari da 48 nazioni.

Massimiliano, parlaci dell’orgoglio di avere una ragazza della palestra campionessa d’Europa e pronta a competere in un Mondiale

Dal momento in cui Francesca ha varcato la porta della palestra, ho capito di trovarmi di fronte a una guerriera: ogni allenamento era un’avventura di centimetri conquistati, un duello silenzioso contro i suoi limiti fisici, i dubbi che la frenavano e le paure che la sfidavano. Vederla sollevare il trofeo europeo è stato l’apice di un percorso fatto di sudore, notti insonni e piccoli trionfi quotidiani: centimetro dopo centimetro, ha forgiato la forza per infliggere sempre il colpo decisivo, quello che trasforma un talento in campionessa. Eppure, insieme all’orgoglio, sento crescere dentro di me una domanda che non smette mai di tornare: quante potenzialità ho rischiato di perdere perché non avevo la sensibilità per valorizzarle? Quanti atleti ho visto arretrare davanti a una goffa agilità o a un’insicurezza che avrei potuto trasformare in punto di forza se solo fossi stato più attento?

Un orgoglio, ma anche una lezione per il futuro, quindi

Francesca mi ricorda ogni giorno che il compito di un allenatore va oltre la tecnica: è un percorso di scoperta reciproca. Da oggi, insieme alla gioia di portare una nostra ragazza sul tatami mondiale, rinnovo l’impegno a non lasciar sfuggire nessuno. Voglio imparare a riconoscere il talento nascosto dietro ogni timidezza, perché il valore più grande di una palestra è saper far germogliare il coraggio di chiunque entri.

Dove è nata la tua passione per le arti marziali?

Ho iniziato a praticarle dopo aver giocato a basket. Dai 13 ai 16 anni ho praticato taekwondo. Poi a 16 ho scoperto il karate Goju-Ryu, lo stile che pratico tutt’oggi. Fu amore a prima vista. Ho implementato anche altre specialità: la spada giapponese, le armi di Okinawa. Il vanto, se così posso chiamarlo, è che nella mia scuola si possono coltivare interessi per tutti, dai 5 ai 95 anni. Abbiamo un signore di 75 anni, francese, professore di filosofia alla Sorbona, praticamente l’unione di mente e corpo.

Quando è nata la decisione di fare il maestro?

Il nostro maestro dell’epoca, quando avevo appena iniziato da cintura nera, aveva deciso di lasciar perdere. Decisi di traghettare la palestra fino a fine stagione, poi pochi mesi sono diventati anni. Oggi è diventato un lavoro a tempo pieno.

Come trasformare le arti marziali in strumento per la crescita dell’essere umano?

La società cambia e dobbiamo rispondere alle domande dei ragazzi e delle famiglie. L’arte marziale deve saper educare attraverso la fragilità. Il nostro nome è Shorei Shobukan, che significa scuola del rispetto e delle buone maniere attraverso le arti marziali, che non sono un fine ma un mezzo per migliorare la persona e insegnare il rispetto per il prossimo. L’idea è sempre stata: come facciamo a coinvolgere più persone? Devi dare loro un motivo di interesse, cercando di capire cosa cercano e cosa offrire. E questo, in fin dei conti, è un concetto salesiano.

Da qui parte il discorso legato all’inclusione dei disabili

La domanda da porsi è: il mio modo di insegnare può andar bene per un ragazzo disabile? Si può rispondere no, ma in quel caso il limite è dell’educatore. O si può rispondere sì, adattando gli strumenti alla persona che non può utilizzarli. Sono stato all’ospedale di Pavia con il progetto kids kicking cancer. Attraverso il karate, cerchiamo di insegnare ai giovani pazienti a visualizzare e buttare fuori il dolore. Non vogliamo che imparino il karate, almeno per ora, ma che lo usino come strumento: puntiamo a dare qualcosa che a loro manca. Ed è questa la filosofia su cui si basa la nostra scuola. Se dici che il karate non è adatto ad un bambino che fa la chemioterapia, significa che il tuo karate è limitato. Se pensi solo alla gara e alla medaglia, sei tu ad avere dei limiti. Non loro.

Quanto è importante lavorare sulla fragilità?

Intanto quello che ho capito negli anni è che la fragilità ce l’ha anche il campione. Chi arriva primo sul podio ha le stesse incertezze e i dubbi di chi non ce l’ha fatta, perché subisce una pressione che lo porta a chiedersi: ‘come faccio a non deludere il mondo?’. Dobbiamo lavorare anche su quello.

Tornando alla disabilità. Come adattare l’allenamento ad ogni esigenza?

Il Chanbara è molto più semplice per i ragazzi con fragilità mentali perché c’è chi ha paura del contatto, ma c’è anche chi ha bisogno di colpire. Naturalmente abbiamo dovuto formarci. Bisogna imparare a personalizzare il lavoro per i ragazzi autistici e quelli con la sindrome di down, che hanno problematiche che sono in un certo senso personalizzabili. In quel caso non hai un sistema predefinito. Per esempio, se ho un ragazzo che ha problematiche motorie e sta sulla carrozzina, prendo le misure e gli faccio fare la gara. Nel caso del ragazzo con disabilità visive, sistemo le mascherine e li faccio lavorare con una pedana particolare sul contatto con la lama. Con un ragazzo autistico devi lavorare in maniera diversa. La parte bella e difficile è che devi entrare in comunicazione con lui.

Qual è il ricordo più bello di questi anni?

C’era un ragazzo che lavorava nei progetti di cittadinanza attiva e si muoveva con un carrellino e al quale insegnavo il Chanbara. Mi dicevo: se questo ragazzo riesce a divertirsi con questo sistema, vuol dire che la strada è quella giusta.

Lo hai capito alla fine se, in quel momento, stavi più imparando o insegnando?

Aggiungo prima una cosa: imparare ad interagire con persone con difficoltà, aiuta i ragazzi a capire che le loro difficoltà psicologiche sono cose superabili nel 90% dei casi. Rispondendo alla domanda: stavo sicuramente più imparando.

Foto Valeria Beltrami