La riabilitazione e il recupero nelle carceri. A colloquio con il Vice Presidente PGS Demetrio Rosace

Di Gabriele Mezzacapo

Lo scorso luglio nella casa circondariale di Palmì in Calabria il Vice Presidente delle PGS, Demetrio Rosace, coadiuvato dal Professor Giunto e dalla dott.ssa Fazzello ha portato nel carcere di massima sicurezza gli insegnamenti di Don Bosco e, nel pieno spirito salesiano di non lasciare nessuno da solo, ha coordinato il corso di formazione per tecnici di I livello; un’esperienza che il Vice Presidente ha definito “unica perché i detenuti hanno accolto con grande rispetto e con grande entusiasmo noi educatori e lo spirito salesiano”.

Un’esperienza possibile grazie all’associazione Arcudace Palmi; al suo presidente, il dott. Caruso; alla coordinatrice del progetto, l’Avvocatessa Gualtieri; e alla disponibilità dell’assistente, la dottoressa Anastasi, della casa circondariale.

Dott. Rosace come è stato coordinare e sostenere un corso di formazione di tecnico I livello in una realtà completamente diversa rispetto i luoghi di formazione tradizionali dove operano le PGS ?

È stata senza dubbio un’esperienza molto complessa e difficile da organizzare dal punto di vista logistico data la particolarità della dimensione e della situazione carceraria in cui ci siamo trovati ad operare. Si entra infatti in una dimensione fatta di proprie regole e di propri codici; tuttavia è stata soprattutto un’esperienza che mi ha profondamente emozionato e inorgoglito perché, sulle orme di Don Bosco che iniziò la sua opera pastorale nelle carceri di Torino, ho portato gli insegnamenti di Don Bosco a chi per eccellenza è considerato ai margini della società. Abbiamo anche contribuito a formare i detenuti con il professor Giunto che ha trattato la dimensione della metodologia e del calcio e con la dott.ssa Fazzello per gli aspetti legati alla formazione psico pedagogica.

Quali sono stati gli aspetti che l’hanno colpita maggiormente dei detenuti durante il corso di formazione. E quali sono stati gli obiettivi del corso stesso?

Mi hanno colpito il loro rispetto, la loro voglia di essere partecipi e di essere coinvolti nel corso di formazione, la loro voglia di riscatto e di vera riabilitazione. Tutti i detenuti che hanno partecipato al corso di formazione l’hanno fatto perché, in un contesto come quello di un carcere di massima sicurezza, hanno cercato con determinazione e impegno non solo di riscattarsi ma anche di iniziare un percorso riabilitativo con l’obiettivo di formarsi per poi spendere questo titolo per reinserirsi nella società. Un altro aspetto che mi ha profondamente colpito è stato che questa voglia di imparare e di riscattarsi in qualche modo ha riguardato anche diversi detenuti condannati all’ergastolo. E che, pertanto, con il fine pena mai, non potranno uscire dal carcere: eppure anche in loro ho visto voglia di conoscere gli insegnamenti salesiani e di formarsi a loro volta.

Alla luce di tutto questo ritiene possibile, oltre le esperienze formative, pensare a una progettualità di sostegno di questi detenuti ?

La progettualità non è prevista ma vedendo questa loro volontà di imparare e di riabilitarsi è venuto naturale in noi la voglia e l’intenzione di sostenere per quanto possibile questi detenuti. Faccio due esempi su tutti. Il primo è quello di un detenuto che ha chiesto la prefazione della sua laurea in scienze motorie alla dott.ssa Fazzello; il secondo esempio mi riguarda da vicino e riguarda due detenuti che mi hanno chiesto, una volta usciti dalla detenzione, di poter essere aiutati nell’inserimento nelle realtà lavorative associative. Pertanto, da parte nostra ci sarà sempre, nel solco degli insegnamenti di Don Bosco e nello spirito salesiano,  la disponibilità ad aiutare tutti e a non lasciare indietro nessuno.