Di Mattia Zucchiatti
Sulla vetta del Gasherbrum I (8.068 m saliti senza ossigeno supplementare) Marco Confortola ha sventolato la bandiera delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026. Un gesto d’amore anzitutto per la sua Lombardia – è nato in Valtellina, a Valfurva, piccolo paese incastonato tra le montagne – ma forse anche un messaggio dal significato più profondo. Come gli atleti paralimpici, Confortola ha saputo trasformare un problema fisico in un inno alla vita. Nel 2008, anno della tragedia del K2, perse tutte le dita dei piedi. Diciassette anni dopo, lo scorso 20 luglio, la chiusura di un cerchio con l’annuncio sul suo sito ufficiale: “Marco Confortola ha raggiunto il suo obiettivo alpinistico: è in vetta al Gasherbrum I, 8.068”, con a corredo il ’14X8000′, in riferimento alla ‘corona’ dei quattordici ottomila del pianeta. “Un traguardo che meno di 50 persone al mondo possono vantare”, come ha sottolineato il Governatore della Lombardia, Attilio Fontana.
Come ci si sente dopo l’ultima impresa? Più appagato o più carico per il futuro?
Mi sento più libero. Negli ultimi dieci anni il mondo ha smesso di sorridere ed è diventato più cattivo. Anche nell’alpinismo tutti sono polemici. Adesso mi dedico alla mia famiglia, agli amici, al mio lavoro di guida alpina e a sorridere. Cerco di trasmettere la passione per la vita, poi c’è un sentimento che non mi appartiene ed è l’invidia. Ma non riguarda solo l’alpinismo, basta guardare le critiche a Sinner. Si sono persi tanti valori, in primis il rispetto.
Ricordi la prima volta in vetta?
Avevo quattro anni e mezzo ed ero in cima al Cevedale con mio papà. A nove anni e mezzo affrontai la prima, vera parete, la Nord della Cima Piazzi. Ero solo un bambino e mentre guardavo di sotto la paura c’era, non posso nasconderlo. Ma da lì è partita la mia avventura.
Sei diventato la guida alpina più giovane d’Europa.
Avevo 21 anni. Mi mandarono il tesserino con la data di nascita sbagliata: scrissero 1961 e non 1971. Pensavano fosse un errore, non credevano che un ragazzo così giovane potesse raggiungere quel livello.
Poi nel 2004 il primo ottomila: l’Everest.
Sono stato il primo valtellinese a raggiungere la vetta.
Era il tuo sogno o ce n’era un altro?
Sono sempre stato affascinato dal K2 perché Achille Compagnoni è di Valfurva, come me. Veniva tutti gli anni in paese per festeggiare ogni 31 luglio, parlando della mitica scalata del 1954. Si è poi rivelata per me una montagna nemica, che si è presa undici vite e non ha voluto la mia. Da quel momento la mia vita è cambiata.
La tragedia del K2 del 2008. La discesa in condizioni proibitive e l’istinto che ti dice di fermarti
La mia fortuna, dopo aver salito il K2 senza ossigeno, è stata quella di ascoltare quella sensazione che mi ha detto ‘Marco fermati, qualcosa sta succedendo’. Ho ascoltato quella sensazione, mi sono fermato a 8.400 metri, ho bivaccato senza tenda, col sacco a pelo. Sotto purtroppo sono morte undici persone.
Tu hai subìto l’amputazione delle dita dei piedi. Come si fa a guardare quello che resta e non quello che manca?
Per me è stata un’opportunità, essendo positivo di atteggiamento, ho trovato in questa amputazione la maniera di scrivere e raccontare la mia storia. Parlo tantissimo ai giovani per far capire l’importanza della vita, che è il dono più importante. Dopo un’avventura simile è un obbligo guardare quello che resta. Si pensa semplicemente al fatto che si è vivi. Bisogna analizzare quel che succede ed essere positivi. L’amputazione è un problema, ma ci sono problemi più grandi. All’epoca ero ricoverato a Padova in un reparto di oncologia perché era l’unico letto disponibile e ho visto persone morire in quel luogo.
La speranza è stata la parola chiave dell’anno giubilare
La speranza deve essere sempre l’unica a morire, è una parola che racconta tanto. È stato bello vedere tanti giovani insieme in segno di pace con la speranza di cambiare il mondo in un momento del genere. In questi anni in pochi hanno parlato del fatto che una persona amputata ha continuato a scalare. Bisogna sorridere alla vita.
Quanto è difficile per un alpinista bilanciare l’ambizione della vetta con l’esigenza di un passo indietro per la sopravvivenza?
Ho sempre messo davanti la sicurezza sia come guida alpina, che come soccorritore e come alpinista. Ho spesso fatto passi indietro, il più delle volte visto che ho scalato quattordici ottomila in ventisette spedizioni. L’insuccesso può solo migliorare la performance se c’è l’intelligenza di analizzare quel che è successo per far sì che non si ripeta lo stesso inconveniente, a prescindere se si sia trattato di qualcosa legato al meteo o alla preparazione. Puntare il dito contro altri è molto semplice, ma bisogna avere la voglia di studiare e capire come migliorare. Il G1 è la terza volta che lo tento, ora sono arrivato in cima.
Una chiusura del cerchio. A chi la dedichi?
Questo ottomila è di tutte quelle persone che mi hanno aiutato. Ho raggiunto questo traguardo grazie a mia moglie, agli amici, ai tifosi, ai clienti, agli amici sponsor. Ho chiuso la corona grazie a loro. L’ultima spedizione ha avuto sicuramente un sapore speciale.
Quanto è stato prezioso il tuo territorio nella tua carriera da alpinista?
La mia valle è stata importantissima, sono cresciuto qui, ho delle persone che mi vogliono bene. Ho un piccolo cordino con cucito sopra le bandiere dell’Italia, del Pakistan e della Lombardia.
Se dovessi far capire a un bambino l’emozione di scalare una montagna, cosa diresti?
Ci si sente come quando da bambini si desidera un regalo. Come se fosse qualcosa che permetta di guardare il mondo ed esplorarlo. Come un’enciclopedia che consenta di scoprire quello che c’è intorno a noi. Ma una cosa che ho imparato dalla montagna è che nessuno ci regala niente e bisogna darsi da fare per raggiungere gli obiettivi. Può essere una laurea, una casa o qualsiasi altra cosa. Bisogna impegnarsi duramente. E se guardo la mia situazione, penso a quanto sia stato duro. Sentivo dolore. Sento tuttora dolore, ma non ho mai mollato.
Gli obiettivi del futuro?
Vivere in tranquillità e godermi la mia famiglia e i miei amici. Ho chiuso con gli ottomila, basta. Ma mi piacerebbe accompagnare clienti in Nepal per mostrare loro questi luoghi magici. Sarebbe un aiuto anche all’economia locale.



