Gualzetti (Consulta Antiusura): “L’azzardo non è un gioco ma una trappola per le persone più fragili”

Di Gianluca Pace

“L’azzardo non è un gioco, ma un meccanismo che intrappola i più fragili”. Luciano Gualzetti, presidente della Consulta Nazionale Antiusura, lancia l’allarme su un fenomeno che in Italia continua a crescere: dai 24 miliardi di euro giocati nel 2004 ai 164 miliardi registrati nel 2025. Numeri che, secondo la Consulta, raccontano non solo l’espansione di un comparto economico, ma soprattutto una crescente emergenza sociale fatta di dipendenze, debiti, isolamento e famiglie distrutte. Nel mirino finiscono anche il legame tra sport e scommesse e la diffusione del gioco online, sempre più accessibile anche ai minori.

Presidente, quanto è grave oggi il fenomeno del gioco d’azzardo in Italia?

“È una situazione molto preoccupante. Ogni anno assistiamo a una crescita continua: siamo passati dai 24 miliardi del 2004 ai 164 miliardi del 2025. È un’avanzata inesorabile, favorita anche dal sistema delle concessioni private scelto dallo Stato. Per reggersi, questo comparto deve aumentare continuamente l’offerta di gioco e scommesse, soprattutto online, che dopo la pandemia ha superato il gioco fisico”.

Quali sono le conseguenze sociali più evidenti?

“Il 20% del giocato è garantito da persone problematiche, spesso già dipendenti. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: indebitamento, usura, rottura dei legami familiari, perdita del lavoro e della casa. Nelle fondazioni antiusura una persona su due arriva da noi perché si è indebitata con il gioco”.

Perché definite l’azzardo un meccanismo che colpisce soprattutto i più fragili?

“Perché l’azzardo è insieme causa ed effetto dell’impoverimento. Ci si impoverisce giocando, ma è anche la povertà a spingere verso l’illusione della vincita facile. Le persone sole, indebitate o senza reti familiari solide sono quelle più esposte. Più aumenta l’offerta, più cresce il numero dei giocatori problematici”.

Il rapporto tra sport e scommesse vi preoccupa particolarmente. Perché?

“Lo sport dovrebbe trasmettere valori educativi: sacrificio, rispetto delle regole, lavoro di squadra. L’azzardo invece comunica l’idea opposta, quella della scorciatoia e del colpo di fortuna. Per questo riteniamo sacrosanto il divieto di pubblicità. Legare il finanziamento dello sport alle scommesse manda un messaggio profondamente sbagliato soprattutto ai giovani”.

Quali effetti state osservando nelle persone dipendenti dal gioco?

“Ci sono pazienti ai quali psicologi e psichiatri consigliano di non guardare più una partita di calcio o tennis, perché l’evento sportivo è diventato un fattore scatenante della scommessa compulsiva. È il paradosso: una partita dovrebbe essere svago, invece diventa dipendenza”.

Che cosa succede nelle famiglie coinvolte?

“Vediamo persone isolate, che nascondono tutto ai familiari. Spesso ci accorgiamo del problema dai continui prelievi da 50 o 100 euro al giorno. Quando emerge la verità, le famiglie cadono dalle nuvole. Si arriva al pignoramento dei beni, all’esclusione finanziaria, alla perdita della casa e perfino alla separazione”.

Che cosa chiedete oggi alla politica?

“Lo Stato deve mettere al primo posto la salute dei cittadini e la tutela dei più fragili, non le entrate erariali o gli interessi economici del comparto. Serve ridurre l’offerta di gioco e rafforzare i controlli sui minori. Dietro ogni scommessa ci sono persone che si rovinano: questo dovrebbe essere inaccettabile per tutti, anche per il mondo dello sport”.

Foto IPA