Di Gianluca Pace
C’è un momento, nel secondo tempo di Italia-Inghilterra, in cui tutto sembra fermarsi: è il settantunesimo, quando Tommaso Menoncello effettua un break improvviso, supera due difensori e vede uno spazio invisibile agli altri, servendo il passaggio decisivo per la meta di Leonardo Marin. Lo scorso 8 marzo l’Italia ha battuto l’Inghilterra per la prima volta al Sei Nazioni: una frattura nel tempo del rugby azzurro.
“Ho sognato questo momento per tutta la settimana”, ha dichiarato Menoncello alla fine della partita, ancora incredulo. Aggiungendo: “Abbiamo lavorato duramente per entrare nella storia”. Dietro queste parole non c’è il caso, ma il metodo rivendicato dal CT Gonzalo Quesada: “Avevamo un piano e ogni volta che lo abbiamo eseguito è arrivata un’occasione”.
Dall’Olimpico ai campi di provincia il passo è più breve di quanto sembri. Quell’azione perfetta nasce lontano, nel lavoro quotidiano di realtà come il Rimini Rugby, club che affonda le sue radici anche nel mondo delle Polisportive Giovanili Salesiane.
“La vittoria con l’Inghilterra ha dato credibilità a tutto il movimento – ci racconta Andrea Bugli, che a 22 anni è diventato il più giovane presidente di un club in Italia –. Il passo più importante è stato costruire continuità: oggi non è più un exploit sporadico, ma l’inizio di stagioni solide. E questo cambia completamente la percezione, anche per i più giovani che ci guardano”.
Il Sei Nazioni dell’Italia sta in questo filo logico: la crescita. Per anni siamo stati la squadra delle “sconfitte onorevoli”, ma oggi il paradigma è cambiato. “I ragazzi hanno capito di non essere inferiori a nessuno – continua Bugli –. È un grande lavoro mentale: convincersi di poter competere ad alto livello”.
Ma il salto vero è culturale. Nel contesto delle PGS, il rugby diventa uno strumento educativo totale: inclusione, responsabilità, comunità. “Lavoriamo per formare prima persone e poi giocatori. Il Sei Nazioni è una vetrina straordinaria, ma la partita vera si gioca sul territorio, nella capacità di radicarsi nelle scuole e nei quartieri”. Il Sei Nazioni veicola tantissimo “ma il resto dell’anno il rugby rischia di sparire – sottolinea Bugli –. Se non hai televisione e media, l’unico canale vero restano le scuole. È lì che ti giochi tutto il rapporto con le famiglie”.
È qui, nei campi di periferia dove un bambino tocca per la prima volta il pallone ovale, che la profezia di Menoncello: “Un giorno vinceremo il Sei Nazioni”, smette di essere un miraggio. È una traiettoria fatta di mete spettacolari, ma soprattutto di educatori che sanno accogliere.
“A volte la cosa più sorprendente è che tante persone non sanno nemmeno che esiste un club nella loro città – racconta –. Eppure siamo più di 200, abbiamo mandato ragazzi in nazionale. Questo ti fa capire quanta strada ci sia ancora da fare”.
Forse per vincere è ancora presto, o forse no. Ma in fondo, per chi vive lo sport come missione, non è questo il traguardo finale. Quello che conta davvero è tenere aperte le porte ai ragazzi che, da lontano, intravedono i pali del campo e decidono di avvicinarsi.
“Da noi – conclude Bugli – c’è sempre qualcuno all’ingresso ad aspettare chi arriva. Prima dell’aspetto tecnico, deve esserci l’accoglienza. Un ragazzo deve sentirsi a casa: solo allora possiamo iniziare a ragionare sulla palla ovale e su come superare insieme le paure. Il rugby è uno sport di squadra: se non ti senti parte del gruppo, non funziona. Per questo l’inclusione viene prima di tutto il resto”.
Perché il rugby è, prima di tutto, sostegno reciproco costante. Spalla su spalla. E trasmettere questo ogni giorno, alla fine, vale molto più di un Sei Nazioni.



