Di Mattia Zucchiatti
Il Mondiale 2026 di calcio sarà affare di 48 squadre, mai così tante nella storia. Tra loro però non ci sarà l’Italia, ingabbiata in una maledizione che dura da tre edizioni e che impone di nuovo riflessioni e rivoluzioni. La Nazionale azzurra ripiomba nell’incubo nella notte di Zenica. Negli USA ci va la Bosnia e nei prossimi mesi si aprirà una partita che coinvolgerà vertici e componenti. Gabriele Gravina, presidente federale rieletto appena un anno fa con il 98% dei voti, si è dimesso. Il 22 giugno si vota e il 13 maggio sarà il gong per la presentazione delle candidature. Anche il Ct Gennaro Gattuso e il capo delegazione Gianluigi Buffon salutano. All’orizzonte ci sarà quindi un tecnico ad interim (probabile sia il tecnico U21 Silvio Baldini) per traghettare gli azzurri nelle ultime due amichevoli in veste di sparring partner per chi al Mondiale invece ci andrà. Sulla panchina del futuro, potrebbero tornare a sedersi Roberto Mancini o Antonio Conte, ma c’è chi ipotizza le figure di Massimiliano Allegri e Simone Inzaghi, anche se quest’ultimo (50 anni il prossimo 5 aprile) guadagna circa 25 milioni all’Al-Hilal. Queste sono le soluzioni nel breve periodo, per sperare di tornare competitivi e far fronte alla carenza di talento azzurro.
Poi ci sarà un futuro da costruire per far sì che ad essere alla portata non sia tanto il Mondiale 2030, ma quello del 2034. Una rivoluzione che parta dalle basi e dalla formazione dei calciatori di domani. C’è chi punta il dito contro l’egemonia del 3-5-2. Una gabbia al talento, secondo qualcuno. La sensazione è che sia piuttosto la clausola di sopravvivenza, effetto e non causa della crisi di qualità. “Mancano i Totti e i Del Piero”, aveva detto Edin Dzeko alla vigilia di una partita entrata nella storia assieme a quella con la Svezia e con la Macedonia del Nord. C’è chi sostiene che nei settori giovanili ci siano troppi stranieri: anche qui un effetto, più che una causa. Mentre l’Italia s’interroga, in Spagna la Liga Futures è già un fenomeno di massa. Il torneo, riservato agli U12 dei club professionistici in formato calcio a 7, gode di una copertura da Champions: diretta su DAZN e highlights trattati con la stessa enfasi della prima squadra. Se l’iper-esposizione mediatica può sembrare un’intrusione forzata, essa riflette la viscerale attenzione del Paese per il calcio di base. Qui, i ‘piccoli’ Gavi e Yamal mostrano già il portamento dei veterani: ricamano nello stretto, sprigionano una fantasia senza briglie. Insomma, si divertono. Il dribbling è diventato una rarità nei nostri campi, mentre in Spagna è il pane quotidiano. Alla fine dei conti la risposta italiana al modello spagnolo più che nelle academy d’élite, sembra risiedere nel cortile dell’oratorio. È rimasto quello l’ultimo avamposto di confronto puro, l’unica palestra dove la fantasia corre senza spartito. Ammetterlo non è un esercizio di nostalgia, ma l’ultima presa di consapevolezza.
Foto Ipa



