Di Gianluca Pace
Omar Artan aveva tutto: il passaporto diplomatico, il visto, anni di sacrifici alle spalle e la nomina ufficiale della FIFA tra i 52 arbitri del Mondiale 2026. Avrebbe dovuto essere il primo somalo a dirigere una partita della fase finale di una Coppa del Mondo. Invece, all’aeroporto di Miami, è rimasto fermo undici ore davanti ai funzionari dell’immigrazione americana, per poi essere rimesso su un aereo.
Trentaquattro anni, nato a Mogadiscio nel 1992 nel pieno della guerra civile, Artan era diventato arbitro quasi per caso. Un infortunio alla gamba aveva chiuso la sua carriera da giocatore quando era ancora giovane. Un giorno, durante una partita di quartiere, scoppiò una lite sull’arbitro in campo: i calciatori di entrambe le squadre si voltarono verso di lui e gli chiesero di sostituirlo.
Accettò, e non smise più. Da quei campi polverosi di Mogadiscio — dove allenarsi significava a volte cambiare strada all’ultimo momento per evitare un’esplosione — è partita una delle scalate più improbabili del calcio africano.
Una figura chiave in quegli anni è stata Osman Jama Dirac, allora capo degli arbitri in Somalia. Non si limitava alla guida tecnica: si prendeva cura delle persone. “Era come un padre per noi”, ha ricordato Artan. “Se ti trovavi a Mogadiscio e non avevi niente, si assicurava che mangiassi. Ti portava letteralmente al ristorante”.
Dirac è stato ucciso nell’agosto del 2017. “Mi stava preparando a diventare un arbitro internazionale”, ha detto Artan con la misura di chi trattiene il dolore. “Sarebbe stato orgoglioso di vedere un somalo raggiungere questo livello”.
L’anno dopo, nel 2018, Artan è entrato nella lista internazionale della FIFA.
Da lì, una scalata silenziosa: la Coppa d’Africa nel 2024 — primo somalo a dirigerla — la finale di Champions League africana nel 2025, i Mondiali Under-20 in Cile. La CAF lo ha eletto miglior arbitro maschile del continente.
Il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud lo ha definito pubblicamente “un simbolo di ispirazione per la nuova generazione di somali”. La preparazione per il Mondiale era stata totale. “Ogni mattina ero in campo”, raccontava. “Bisogna raggiungere il livello dei migliori al mondo e mantenerlo”.
Il 6 giugno era il giorno del suo compleanno. Trentaquattro anni. Artan li ha festeggiati in volo, diretto verso quello che avrebbe dovuto essere il traguardo di una vita. A Miami lo aspettava il seminario obbligatorio organizzato dal capo degli arbitri FIFA Pierluigi Collina, dove si sarebbero riuniti tutti i 52 arbitri e gli 88 assistenti selezionati per il torneo.
Aveva il visto. Aveva il passaporto diplomatico, ottenuto grazie all’intervento dell’ambasciata somala a Nairobi, che aveva previsto possibili difficoltà. Aveva tutto quello che serviva. Quando l’aereo ha toccato terra a Miami, Omar Artan non sapeva ancora che stava per vivere le ore più lunghe e dolorose della sua carriera.
I funzionari della dogana lo hanno fermato al controllo. Quello che doveva essere un passaggio di routine si è trasformato in un interrogatorio. Le domande si sono moltiplicate: i suoi documenti, la sua carriera, i suoi contatti. E poi, insistentemente, al-Shabaab. Il gruppo militante somalo affiliato ad al-Qaeda. Artan ha risposto di non sapere nulla del gruppo, di essere un arbitro, nient’altro.
Le ore sono passate. Una, due, cinque. Undici in tutto, in una stanza dell’aeroporto internazionale di Miami, mentre fuori il sole tramontava sul giorno del suo compleanno. Alla fine è arrivata la cella di detenzione. Poi il volo di ritorno per Istanbul.
Quella notte, su Snapchat, Artan ha scritto quello che non riusciva a dire in pubblico: “Quello che ricordo sempre è che la notte del mio compleanno, il 6 giugno, è stata la notte in cui i miei sogni sono andati in frantumi”.
Le autorità americane non hanno fornito spiegazioni chiare. Un funzionario anonimo ha parlato di “associazione con presunti membri di organizzazioni terroristiche”. Andrew Giuliani, responsabile della task force della Casa Bianca sui Mondiali, si è limitato a dire che il diniego era avvenuto per “un ottimo motivo”. La Somalia è uno dei dodici paesi colpiti dal divieto di viaggio dell’amministrazione Trump. Senza accesso agli Stati Uniti — dove risiedeva obbligatoriamente tutto il gruppo arbitrale — non era possibile dirigere nemmeno le partite in Canada o Messico. La FIFA ha ammesso di non poter fare nulla: le decisioni sull’ingresso spettano al paese ospitante.
Il contesto politico è tutt’altro che neutro. Trump durante questo suo secondo mandato ha più volte attaccato verbalmente la comunità somala.
Qualche giorno prima del sorteggio dei Mondiali di dicembre 2025, aveva dichiarato: “La Somalia, che è a malapena un paese, non ha praticamente nulla. Si limitano a correre in giro e a uccidersi a vicenda”.
La Somalia viene spesso dipinta come un posto senza governo, senza polizia, senza struttura. Un luogo dove le regole non esistono.
L’ironia è bruciante. Omar Artan ha costruito l’intera sua carriera sull’applicazione imparziale delle regole. È considerato uno dei fischietti più affidabili e autorevoli del continente africano proprio per la sua capacità di mantenere l’ordine sotto pressione, di prendere decisioni difficili in modo equo. Il paese “senza regole” ha prodotto uno dei più rispettati guardiani delle regole nel calcio internazionale.
Rientrato a Mogadiscio tra bandiere e folla, accolto da funzionari governativi e da centinaia di persone comuni, Artan ha rifiutato il compenso che la FIFA voleva comunque versargli. “Non voglio soldi. Volevo arbitrare ai Mondiali”. Poi, davanti a uno stadio gremito che lo portava in trionfo sulle spalle, la promessa: “Sarò alla prossima edizione”.
La UEFA intanto lo ha già ingaggiato per la Supercoppa europea di agosto a Salisburgo, tra PSG e Aston Villa: sarà il primo arbitro non europeo a dirigere quella partita. Non è il Mondiale. Ma il fischietto è ancora in mano.



