Quelle parole da non confondere

Di Giampiero Guadagni

C’è chi ancora confonde la parola possesso con la parola amore. C’è chi ancora confonde la parola tifo con la parola violenza. La povertà del nostro vocabolario incrocia spesso la povertà di lettura di quello che ci accade intorno. È quello che è accaduto anche per l’omicidio di Raffaele Marianella, il 65enne autista ucciso da una pietra scagliata dagli ultras della Sebastiani basket Rieti nell’assalto al pullman dei sostenitori del Pistoia Basket. Un dramma che ripropone la riflessione su quello che qualcuno definisce il “lato oscuro” dello sport. E che forse è più correttamente il lato oscuro del nostro cupo presente che sfonda anche il portone di casa dello sport. Un portone che chi frequenta quotidianamente questa casa sogna blindato da certi pericoli.

Il mondo del calcio da decenni fa i conti con questa realtà. Almeno dal 1979. Cioè da quando, era come oggi un fine ottobre, un’ora prima del derby Roma-Lazio vanne sperato da curva a curva un razzo che centrò in pieno volto un padre di famiglia. Ma da tempo anche il basket convive con crescenti episodi di violenza. I focus del Ministero dell’Interno raccontano molto con i dati. Negli ultimi tre anni gli incontri “monitorati” nel calcio sono scesi del 4,6%, nella pallacanestro sono aumentati del 72,5%. Lo stesso trend si registra per il numero degli incontri con incidenti, aumentati nell’ultimo anno del 30%. Tra calcio e basket, dicono gli esperti, stiamo assistendo a una contaminazione di tifoserie calcistiche, in alcune realtà geografiche italiane, nelle curve dei palazzetti.

Come si risponde a questi numeri e a quello che ne consegue? Ci sono fatti concreti che possono funzionare al di là del doveroso ricorso al Codice penale e all’attività di prevenzione sul territorio. Un esempio, ne parliamo in altra sezione di Juvenilia, è il via libera all’unanimità da parte della Camera dei deputati alla proposta di legge che consente l’utilizzo delle palestre delle scuole da parte di associazioni o società sportive. La voglia di fare squadra batte la competizione, il noi batte l’io.

Anche perché, sottolinea il Presidente delle PGS Ciro Bisogno (come possiamo leggere in un altro servizio di Juvenilia) “lo sport è uno strumento forte ed efficace di contrasto alla solitudine, è un luogo di socialità in cui si assiste alla evoluzione della persona”. La persona che si evolve è la persona che si mette in relazione con gli altri, in ascolto degli altri. Non è l’autoreferenzialità dell’individuo monade concentrato sui propri schemi, quasi sempre a scapito degli altri. Solo con se stesso anche quando sta in mezzo al branco, soprattutto quando sta in mezzo al branco. Persona e autoreferenzialità, come amore e possesso, come violenza e tifo. Parola da non confondere.