La calma di Sadio Mané

Di Gianluca Pace

La calma di Sadio Mané ha salvato la finale della Coppa d’Africa dal caos più totale.

È stato il titolo scelto dal Guardian per raccontare una partita – quella tra Marocco e Senegal – che, per lunghi minuti, ha rischiato di trasformarsi in una delle più imbarazzanti della storia del calcio africano.

Tutto è esploso a otto minuti dalla fine dei supplementari. Prima il gol annullato al Senegal per un contatto minimo, con il fischio dell’arbitro arrivato prima che il pallone entrasse in porta, rendendo impossibile l’intervento del VAR. Poi, poco dopo, il rigore assegnato al Marocco per un leggero contatto su Brahim Díaz.

Due decisioni ravvicinate che hanno fatto detonare un nervosismo già diffuso, figlio di un torneo — giocato proprio in Marocco — segnato da polemiche e sospetti. Un clima alimentato anche da episodi apparentemente minori: nella semifinale contro la Nigeria, alcuni raccattapalle e membri della panchina marocchina avevano più volte tentato di sottrarre l’asciugamano al portiere Stanley Nwabali, un gesto vissuto come una provocazione.

In finale la scena si è poi ripetuta anche con il portiere senegalese Édouard Mendy. Così, tra decisioni contestate e continui tentativi di disturbare il proprio portiere, dopo il fischio del rigore il Senegal ha abbandonato il campo. La finale della Coppa d’Africa ha rischiato di finire lì, nel peggiore dei modi.

In quel momento, però, Mané è rimasto a bordo campo. Ha parlato con Claude Le Roy ed El Hadji Diouf, poi è corso nel tunnel degli spogliatoi. È stato lui a convincere i compagni a tornare in campo. “Nel calcio possono succedere cose che non sono le migliori – ha poi detto a fine partita, quasi senza fiato – ma il mondo ci sta guardando. Dobbiamo dare un’immagine grande e positiva del nostro sport”.

Per Mané, abbandonare la finale sarebbe stato un danno irreparabile: “Saremmo stati pazzi a non giocare solo per un rigore. Sarebbe stata la cosa peggiore, soprattutto per il calcio africano”.

Il rigore, calciato con un folle cucchiaio da Díaz, è stato parato, ma la tensione è rimasta altissima. Dagli spalti sono volati oggetti, è intervenuta la polizia. E prima dell’extra time è stato ancora Mané ad avvicinarsi ai tifosi senegalesi, chiedendo calma e riuscendo a ottenerla.

Quel gesto ha raccontato un percorso che va oltre il campo. Mané, d’altronde, non ha mai dimenticato le sue origini e ne ha fatto tesoro per costruire i suoi valori: “Ho vissuto la fame, ho lavorato nei campi, ho giocato a piedi nudi”.

A Bambali, il suo villaggio, ha finanziato la costruzione di un ospedale e di una scuola, rendendo accessibili cure mediche e istruzione alla comunità. Non a caso, quando il capitano Kalidou Koulibaly è salito a ritirare il trofeo, ha voluto Mané al suo fianco. Senza il suo carisma, in fondo, non ci sarebbe stata nemmeno una finale da vincere.

Il Senegal e Mané hanno così conquistato la loro seconda Coppa d’Africa. E il numero 10, nelle celebrazioni, ha anche reso omaggio a Patrice Lumumba, primo ministro del Congo indipendente, leader anticoloniale e simbolo della lotta africana per l’autodeterminazione, assassinato nel 1961. Per Mané, insomma, non si è trattato solo di un altro titolo in bacheca, ma soprattutto della conferma di una carriera costruita da uomo prima ancora che da calciatore.

Foto IPA