Di Gianluca Pace
“Al quindicesimo chilometro affioravano voci oscure che mi volevano far mollare, ma le ho zittite. A metà gara ho perso una lente a contatto, mi sono detto che poteva bastarmi un occhio. Poi sono entrato nello stadio ed è stato bellissimo”. Così Iliass Aouani descrive la fatica e la forza con cui ha conquistato il bronzo mondiale a Tokyo: una corsa sofferta, fatta di ostacoli imprevisti e di pensieri da scacciare passo dopo passo. Ma alla fine la gioia più grande: la prima medaglia italiana nella maratona dai tempi di Stefano Baldini (nel 2003 l’ultima apparizione sul podio).
Il suo traguardo, però, non si misura solo nei 42 chilometri e 195 metri percorsi. È il risultato di una vita che parte dal basso e che racchiude tante altre corse, tutte difficili. Nato a Fquih Ben Salah, in Marocco, è arrivato in Italia a due anni per raggiungere il padre, operaio già a Milano. È cresciuto nelle case popolari di Ponte Lambro, quartiere complicato ma anche palestra di resilienza, dove la famiglia gli ha trasmesso valori solidi e il desiderio di studiare.
Dopo la maturità con il massimo dei voti è volato negli Stati Uniti, dove ha conseguito due lauree e si è allenato con la Syracuse University. Poi il ritorno in Italia, a Ferrara, per lavorare con Massimo Magnani. “È cresciuto in un ambiente complesso – spiega l’allenatore – ma la famiglia è stata brava a trasmettergli solidità. È stato uno studente modello e uno sportivo mai banale: un ragazzo d’oro. Quando parla, lo fa con la consapevolezza di chi sa cosa dice”.
Dentro questa medaglia ci sono notti insonni, lacrime versate in macchina, delusioni di convocazioni mancate. “Non sono speciale – racconta – ma so rialzarmi ogni volta che cado”. È questa la cifra che lo ha portato sul podio: la resilienza, prima ancora del talento.
Ingegnere e atleta, Aouani ha dovuto convivere anche con i pregiudizi. Nel 2023, dopo aver stabilito il record italiano in 2h07:16, il suo successo fu offuscato da commenti razzisti. La risposta fu ferma e lucida: “La mia missione è lasciare un impatto attraverso lo sport, insegnare che la diversità è una ricchezza. Una persona va giudicata dallo spessore del suo pensiero e del suo comportamento, non dal nome o dal colore della pelle”. Oggi ribadisce con orgoglio: “Non importa se qualcuno dirà che sono un marocchino ‘prestato’: io mi sento italiano e dico grazie all’Italia, il Paese che mi ha dato tanto. Sono felice di alzare il tricolore e di aver reso orgogliosi la mia famiglia, il coach Magnani e tutto lo staff”.
Il pensiero corre sempre ai genitori: “Grazie ai sacrifici di mio padre e alle preghiere notturne di mia madre. Nulla potrà mai ripagarli abbastanza”. Forse, però, con questa medaglia ci è andato vicino. Perché questa volta Aouani non ha tagliato il traguardo da solo: con lui hanno corso Ponte Lambro, la sua famiglia e l’orgoglio di un intero Paese.



