Daniele Cassioli, dall’esordio nello sci nautico ai 28 titoli mondiali: “I miei genitori hanno visto prima il bambino, poi il cieco”

Di Mattia Zucchiatti

Lo sport ha due volti che non possono vivere separati: l’alto livello e la base. Da una parte i campioni, dall’altra i bambini che, guardandoli, trovano il coraggio di mettersi in gioco superando i propri limiti. Due anime che hanno sempre vissuto interconnesse nella visione di Daniele Cassioli. Lo sciatore nautico paralimpico più vincente di sempre (con 28 titoli mondiali, 27 europei e 45 italiani), oggi – oltre ad occuparsi di formazione e team coaching per aziende e società sportive – guida Real Eyes Sport Asd, un’associazione sportiva dilettantistica che ha come mission l’avvicinamento all’attività motoria dei bambini con disabilità visiva. Bambini anche come era lui: cieco dalla nascita a causa della retinite pigmentosa, una malattia genetica che colpisce la vista.

Daniele Cassioli, poi accadde una magia: lo sci nautico. Ricordi la prima volta con gli sci in acqua?

Ricordo l’emozione, il senso di libertà, perché finalmente c’era qualcosa che potevo fare. E da piccolino – avevo 9 anni – c’era anche un senso di rivalsa perché stavo sciando sull’acqua e non era certo alla portata di tutti. La rivalsa è un motore, ma nel lungo periodo non è sostenibile. Col tempo è diventato soddisfazione, divertimento e crescita. Ed è stato davvero bello.

Nel 2000 a Milano i primi ori europei

Fu inaspettato, un momento di grande gioia che ha anche costruito aspettative e consapevolezza. Mi sono detto ‘cavolo, sono forte veramente’. E quando inizi a dirlo, il rischio è di sentirsi in dovere di dimostrare qualcosa tutte le volte. Qualche gara l’ho persa anche per quel tipo di pressione

Sempre a Milano, nel 2013, arrivano cinque medaglie d’oro in un unico Mondiale. Quello è stato il momento più bello?

Più alto sicuramente. I momenti più belli stanno anche nelle vittorie di squadra e nei record mondiali. In quel momento ho dimostrato di essere lo sciatore più forte su tutte le discipline, che sono tre: slalom, figura e salto. Riuscire a gareggiare ad alto livello in tutte le specialità è stato il momento di riconoscimento di quanto fosse di valore quello che avevo fatto nel tempo. Ma i momenti belli non sono per forza legati alle medaglie

Ti senti lo sciatore nautico paralimpico più forte di sempre?

Sarebbe falsa modestia dire il contrario. Ho ricevuto il premio come miglior atleta del quarto di secolo e il mio sport è molto giovane…

Come festeggiavi i successi?

Dipende dall’età. Da ragazzino con le telefonate agli zii. Da più grande in discoteca. L’aspetto comune era la bellezza di portare a casa le medaglie. E per un atleta un bel modo per festeggiare è sempre stato il riposo

Vedi cresciuto oggi il movimento paralimpico?

In generale sì. Non posso dire lo stesso per lo sci nautico paralimpico, visto che la crescita delle Paralimpiadi ha attirato le persone con disabilità verso altri sport. Comunque la mia gioia è che le persone con disabilità facciano attività sportiva, a prescindere dalla disciplina. In ogni caso questa crescita incredibile non deve farci credere che la base sia cresciuta. Per esempio nel nuoto siamo la nazione più forte al mondo dal punto di vista paralimpico, ma le piscine che sono attrezzate per accogliere e avviare persone con disabilità allo sport sono ancora troppo poche. C’è una crescita nell’esposizione dell’alto livello, ma vedo troppi bambini disabili che a scuola non fanno educazione fisica, troppe società sportive che non hanno nemmeno gli strumenti – economici e culturali – per accogliere persone con disabilità.

Dove bisogna intervenire?

Bisogna partire dalla base e dobbiamo fare in modo che questa base cresca. Abbiamo visto come un Sinner o una Bebe Vio possano portare tanti tesserati. Ma poi dobbiamo essere pronti ad accoglierli, allargando la base. Penso anche agli ospedali riabilitativi. Ora lo sport paralimpico è quasi esclusivamente per chi diventa disabile, mentre chi nasce con una disabilità non riesce a giocarsi le proprie chance perché quando è piccolo vive più l’ospedale che le società sportive. Manca una cultura anche nel mondo sanitario e parasanitario, tra le famiglie e nelle scuole. E servono più corsi per i tecnici e più contaminazione tra i vari movimenti: quello paralimpico potrebbe attingere dai tecnici che hanno esperienza nello stesso sport olimpico.

Hai citato la differenza tra chi nasce disabile e chi diventa disabile. Tu sei nato con la tua disabilità. Quanto è stato importante il supporto dei tuoi genitori?

Il supporto dei miei genitori è stato fondamentale. Loro hanno visto prima il bambino e poi il cieco, portandomi a fare cose da bambino. Oggi purtroppo un bambino con disabilità ha l’agenda più densa di quella di un manager perché ha le terapie e i momenti in cui deve imparare ad usare gli ausili. Anche la scuola è più faticosa. Tutto questo è importante, non voglio sminuirlo, ma fagocita il tempo per essere bambino. Dobbiamo renderci conto che lo sport è un alleato educativo che crea comunità. E dobbiamo ricordarci che una persona con disabilità può fare sport anche se non arriverà mai alle Paralimpiadi.

Nel 2019 hai fondato Real Eyes Sport Asd. Qual è la scena più bella tra quelle vissute in questi sei anni?

Vivere l’amicizia tra i bambini e tra i loro genitori, perché l’amicizia dei bambini diventa comunità delle famiglie. Sapere che l’associazione ha messo in moto una comunità è bellissimo. Ed è una soddisfazione enorme sentire la felicità dei genitori quando portano il figlio o la figlia a fare sport.

Obiettivi per il futuro?

Il mio sogno è crescere con l’associazione. Ora è nata anche la Cassioli Foundation per implementare questa crescita, ampliando il numero di persone coinvolte e portando lo sport come strumento di inclusione e crescita collettiva, non solo per la cecità ma anche per altre disabilità. Sotto il profilo professionale invece voglio portare sempre di più le persone a ragionare su quegli aspetti invisibili che ma che sono visibili sul campo, nelle aziende si parla di fiducia, attitudine al cambiamento, capacità di condividere le difficoltà e capacità di avere connessione umane anche nei contesti professionali.

Quale consiglio daresti ad un giovanissimo indeciso se iniziare o meno a fare sport?

Gli consiglierei di pensare a divertirsi. E se non si diverte, ricorderei che si può sempre cambiare sport. Ma soprattutto parlerei con i genitori: direi loro di godersela e di apprezzare il divertimento del figlio. A prescindere da quanto forte diventerà.

Foto Ce Tractor CC BY-SA 4.0