Andrea Iacomini (Unicef Italia): “Sport terapia fondamentale per i bambini”

Di Gabriele Mezzacapo

Il libro “La forza sia con te” scritto da Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia, nasce dalla missione in Ucraina per raccontare, tramite un reportage narrativo, un paese ferito ma capace di resistere, dove la frase che dà il titolo al libro, “La forza sia con te”, viene pronunciata dalle app per gli allarmi aerei che scandiscono il ritmo della vita quotidiana.

Nei giorni in cui si pera più vicina la possibilità di una cessazione  delle ostilità tra Russia e Ucraina è importante continuare a tenere i riflettori accesi su questo conflitto per raccontarne gli orrori della guerra ma al tempo stesso auspicarne la pace che, grazie a queste testimonianze, devono farci comprendere l’importanza dell’attività umanitaria e del rimanere “esseri umani”.

Dottor Iacomini, come è nata l’idea di Unicef Italia di svolgere una missione in Ucraina e di raccontare con un libro un paese ferito da ormai quattro anni con famiglie e bambini a cui viene privato di vivere sotto le bombe e senza una prospettiva di pace?

L’idea è nata dalla necessità di mantenere accesa la luce su un conflitto che merita costante attenzione internazionale. Abbiamo scelto di andare sul campo perché l’Unicef agisce come un testimone oculare della realtà. Il libro è un reportage narrativo che restituisce dignità alla resistenza quotidiana delle persone. Il titolo stesso, “La forza sia con te”, riflette la frase che le applicazioni per gli allarmi aerei pronunciano quando il pericolo immediato cala. Raccontare l’Ucraina oggi significa descrivere un’infanzia che cerca di restare tale, dove i bambini conservano la loro purezza nonostante la durezza del contesto. Scrivere queste pagine è stato un modo per portare i lettori dentro i rifugi e far percepire la straordinaria determinazione di un popolo che continua a sognare la stabilità.

Quali sono state le sensazioni che ha vissuto durante l’esperienza in Ucraina e che ha riportato con sé in Italia e nel libro?

Ho portato con me una lezione di resilienza incredibile e una grande ammirazione per chi riesce a proteggere la bellezza in mezzo alle macerie. In Ucraina colpisce la cura estrema per i dettagli della vita che prosegue, come le scuole che riprendono le lezioni nelle stazioni della metropolitana o i disegni colorati che decorano le pareti dei rifugi. La sensazione più forte è stata quella del ritmo particolare di questa esistenza, scandita da una gestione coraggiosa del tempo tra un allarme e l’altro. Ho ancora impresso lo sguardo dei bambini, che conservano un bisogno limpido di semplicità e gioco. Nel libro ho scelto di condividere le mie emozioni in modo trasparente, convinto che l’empatia sia lo strumento principale per connetterci alle vite degli altri.

Ucraina, Gaza, Iran e Libano il vento della guerra soffia sempre più forte su questi ultimi territori e i bambini sono le prime e ingiuste vittime, Unicef Italia quali progetti ha in mente in questi paesi per fronteggiare la crisi umanitaria?

I dati del 2026 confermano l’urgenza del nostro impegno. In Cisgiordania e in Libano stiamo potenziando la nostra presenza per proteggere l’infanzia dai rischi più gravi. La nostra azione è capillare e si concentra sulla salute attraverso la distribuzione degli alimenti terapeutici Rutf, che permettono a milioni di bambini di superare la malnutrizione grave e recuperare le forze. Parallelamente, con il programma Acwa, garantiamo cure mediche specialistiche e assistenza psicosociale ai bambini feriti, aiutandoli a superare i traumi subiti. In Afghanistan sosteniamo l’istruzione comunitaria per garantire che le ragazze possano continuare a studiare e costruire il proprio futuro. Anche in Sudan, nonostante le difficoltà logistiche, riusciamo a far arrivare acqua potabile e kit didattici nelle zone più isolate come Al Fasher, garantendo che l’aiuto arrivi ovunque ci sia bisogno.

Può lo sport essere un veicolo per la pace e può permettere ai bambini di tornare ad avere un’infanzia serena e un futuro capace di assorbire i traumi lasciati dalle guerre e dai conflitti?

Lo sport rappresenta una terapia fondamentale e un pilastro per la ricostruzione dell’anima, specialmente perché è la massima espressione del diritto al gioco sancito dall’articolo 31 della Convenzione Onu, approvata ormai 36 anni fa. Quando portiamo un pallone in un campo profughi o organizziamo attività motorie in contesti di emergenza, stiamo onorando una libertà che purtroppo non è ancora garantita ovunque. Sappiamo che nel mondo circa un bambino su cinque tra i due e i quattro anni non ha l’opportunità di giocare con chi si prende cura di lui e molti crescono senza giocattoli o stimoli adeguati. L’attività fisica insegna la collaborazione e il valore delle regole condivise, offrendo al tempo stesso uno sfogo positivo per la tensione accumulata dal trauma. È un linguaggio universale che unisce le persone oltre ogni confine e barriera linguistica. In contesti di estrema vulnerabilità, il gioco e lo sport sono gli unici strumenti capaci di restituire un senso di normalità immediato. Vedere un bambino correre dietro a un pallone a Gaza o in Ucraina è la prova tangibile che la vita sta cercando di riprendersi i suoi spazi.