Di Elisa Pugliese
Il mondo dello sport e l’Italia intera piangono la scomparsa di Alex Zanardi. Si è spento a 59 anni a causa di un malore improvviso che l’ha colpito venerdì sera nella struttura di Noventa Padovana, dove risiedeva e dove da tre anni riceveva assistenza continua.
Zanardi era un uomo che ha saputo trasformare il destino in una sfida continua, l’atleta che ha reso la “resistenza” una forma d’arte. L’annuncio, arrivato dalla famiglia e dall’associazione Obiettivo 3, chiude un cerchio di sofferenza e coraggio iniziato quel drammatico 19 giugno 2020 a Pienza.
Nato a Bologna nel 1966, Alex era figlio di un’umiltà laboriosa: papà Dino idraulico e mamma Anna sarta. Nonostante il dolore per la perdita prematura della sorella Cristina nel 1979, i motori per lui non furono un pericolo da fuggire, ma una direzione da seguire. Dalle prime gare sui kart con il padre come meccanico, la scalata è stata inarrestabile: la Formula 3, la Formula 3000 e infine il debutto in Formula 1 nel 1991 con la Jordan. In 44 Gran Premi disputati tra Lotus, Minardi e Williams, Alex ha mostrato il carattere di chi non si arrende, trovando poi la sua consacrazione negli Stati Uniti con i due titoli mondiali CART (1997 e 1998).
Al Lausitzring la vita di Zanardi si è spezzata. Un impatto devastante lo ha lasciato con un solo litro di sangue in corpo e senza gambe. Ma dove molti avrebbero visto la fine, Alex ha visto un nuovo inizio. Dopo il coma e 15 operazioni, è tornato su quella stessa pista solo due anni dopo per completare simbolicamente i 13 giri che mancavano al traguardo. Non era solo un gesto atletico, era una dichiarazione d’intenti: la disabilità non avrebbe fermato la sua velocità. Nella sua “seconda vita”, Zanardi ha scoperto l’handbike, diventandone il volto globale.
Dai successi alla Maratona di New York fino ai trionfi leggendari: quattro ori e due argenti olimpici tra Londra 2012 e Rio 2016. “L’incidente mi ha dato modo di fare cose che in un’altra vita non avrei mai provato”, diceva spesso. Una filosofia che ha ispirato migliaia di atleti disabili attraverso Obiettivo 3. Il destino è tornato a bussare nel giugno 2020, durante una staffetta di beneficenza. Un nuovo scontro, un nuovo calvario tra terapie intensive e lunghi silenzi. Dopo anni di battaglie protette dall’affetto della moglie Daniela e del figlio Niccolò, Alex ha deposto il casco. Ci lascia un uomo che non ha mai chiesto compassione, ma ha preteso da sé stesso l’eccellenza. Zanardi non è stato solo un pilota o un ciclista, lui è stato la dimostrazione vivente che, finché c’è un briciolo di forza, ogni ostacolo può diventare un’opportunità. La sua figura, come ha sottolineato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “ha rappresentato un punto di riferimento anche oltre il mondo dello sport”.



