Pensi a Sandro Mazzola e in mente balenano tante cose: il concetto di bandiera e di one club man, l’idea del fantasista, l’immagine di un altro calcio: genuino sì, ma anche più conservativo sul gioco. L’alternanza tra Mazzola e Rivera è stata icona, ma anche freno di una generazione di fenomeni guidata da una tattica all’italiana, diversa nella logica e modellata da dinamiche lontane da quelle di oggi. Scomparso all’età di 83 anni, Mazzola ha vissuto un’infanzia tutt’altro che scontata: da figlio d’arte, con il cognome pesante di papà Valentino, morto della tragedia di Superga. Ma anche caratterizzata da povertà e umiltà. Cresce in una casetta di campagna di Cassano d’Adda, il paese della leggenda del Grande Torino. Sandrino aveva 6 anni quando l’aereo della super squadra granata si schiantò sulla collina di Superga. Poi il trasferimento a Milano, dove tira i primi calci all’oratorio della Basilica di San Lorenzo. Persino a basket ha talento, ma a 12 anni la chiamata dell’Inter indirizza definitivamente la carriera di uno dei calciatori più forti della storia italiana. Nasce così Sandro Mazzola, bandiera della Grande Inter di Helenio Herrera e della Nazionale, con cui è stato campione d’Europa nel 1968 e vice-campione del mondo nel 1970. Inserito per nove volte tra i candidati alla vittoria del Pallone d’oro, arrivando a ricoprire nel 1971 la seconda posizione, subito dietro a Johan Cruijff. A livello individuale si laureò miglior marcatore nella Coppa dei Campioni 1963-1964 e nel campionato italiano nel 1965. Nel 2014 è entrato nella Hall of fame del calcio italiano e nel 2022 in quella dell’Inter.
Con i nerazzurri ha giocato dal 1961 al 1977 ben 570 partite, segnando 162 reti e vincendo 4 campionati nazionali, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali, capitano per 7 stagioni (dal 1970 al 1977) succedendo a Mario Corso. Solo Cristiano Ronaldo, Alfredo Di Stéfano e Ferenc Puskas hanno segnato più gol di lui nelle finali di Coppa dei Campioni. Nel 1964 punì il Real Madrid con una doppietta. A fine partita Puskas si avvicinò per scambiare la maglia: “Mi disse che aveva giocato contro mio padre e che io avevo onorato la sua memoria. Mi tremarono le gambe, perché per quelli della mia generazione lui era Dio”, ricordò Mazzola. Il momento più emozionante della carriera però non è un trofeo. Italia-Germania 4-3, naturalmente. “Tremavamo prima di entrare in campo, poi hanno iniziato a tremare loro”. Con la Nazionale, dal 1963 al 1974, ha disputato il vittorioso campionato d’Europa 1968, primo successo dell’Italia nella competizione. Ha partecipato a tre edizioni dei Mondiali (Inghilterra 1966, Messico 1970 e Germania Ovest 1974). Celebre fu il rapporto con Gianni Rivera, giocatore simbolo del Milan e suo antagonista per un posto da titolare in azzurro. L’alternanza fu arma e limite. Una rivalità sempre accompagnata da un rapporto di stima reciproca, con tanto di collaborazione nella fondazione del sindacato calciatori. Anche da dirigente ebbe intuizioni uniche. Platini e Falcao sfumarono. Zenga venne riportato a Milano dalla Sambenedettese. E, poi, Ronaldo, naturalmente. L’uomo dei gol impossibili. Come quello di Mazzola agli ungheresi del Vasas: difficile da pensare, figuriamoci da fare. Aveva ragione Valentino: Sandro era proprio il figlio di Valentino.
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