Pallone di calcio - Foto Pixabay da Pexels CC0

Cura di calcio

Di Giampiero Guadagni

Dilettante è una parola bellissima. Dal latino “delectare” si riferisce a qualcuno che ama qualcosa con passione. Ed è un vero peccato che la nobiltà di questo vocabolo sia finita nelle miseria dei commenti a caldo subito dopo la mancata qualificazione della Nazionale di calcio ai prossimi Mondiali.
Certo, ora è sin troppo facile misurare i successi di discipline come la pallavolo, l’atletica, la scherma, la ginnastica; confrontandoli con la terza assenza di fila dello sport più popolare del nostro Paese dalla competizione più importante e mediaticamente seguita. Naturalmente la più sponsorizzata. Sin troppo facile e forse ancora ingeneroso. Perché anche nello sport ci sono stagioni e stagioni. Se è vero che c’è una generazione che non ha mai visto l’Italia di calcio al Mondiale, altre non avevano mai visto – e mai avrebbero pensato di vedere – un italiano vincere Wimbledon e un altro i 100 metri alle Olimpiadi.

Resta il fatto che il pallone è sempre stato un fenomeno sociale, un indicatore e generatore di fiducia o sfiducia: tanto che la vittoria ai Mondiali del 1982 e del 2006 portò anche ad un aumento del prodotto interno lordo. Vale a dire creò ricchezza per il nostro Paese. Ma quando questioni legate al rigore economico si appoggiano al dischetto del rigore, il pallone pesa di più, la porta si fa più piccola. Altre porte, quelle delle società di Serie A, si chiudono alle richieste di maggiore attenzione per la Nazionale. Tutti in fondo sanno quali sono diagnosi e terapie per guarire il Grande Malato. Ma la cura ha bisogno di tempo, di qualche rinuncia e di coraggio. Aumenta il numero di partite e crescono le entrate per i diritti televisivi. Ma intanto diminuisce il numero di ragazzi che praticano il calcio. Che forse sta diventando un po’ meno popolare, se è vero che nelle nuove generazioni queste mancate qualificazioni non provocano l’effetto destabilizzante e traumatico che avrebbero avuto un tempo.

E anche se oggi come un tempo, di fronte ad esempio ad un pasticcio difensivo, si dice: “Neanche all’oratorio si prende un goal così”, forse proprio dall’oratorio – come ricorda Mattia Zucchiatti in altro articolo di Juvenilia – si dovrebbe ripartire. Perché l’oratorio era il luogo dove era permesso sbagliare, cadere e rialzarsi. Perché, come dimostrano le tante testimonianze contenute nel bellissimo documentario “Don Bosco: il Santo dei Giovani e dello Sport” realizzato da Sky Sport in collaborazione con le PGS (vedi in proposito l’intervista di Gabriele Mezzacapo al caporedattore di Sky Sport Tommaso Liguori), l’oratorio è stato per molti il luogo dove amare uno sport con passione, essere appunto un dilettante; il luogo che ha contribuito a formare una personalità sociale, a imparare a fare squadra: la condizione necessaria, non l’unica, per diventare semmai anche un campione. Certamente uno che cresce e fa crescere gli altri.