Di Mattia Zucchiatti
Suo padre era stato un calciatore. E nessuno come lui ha saputo celebrare il matrimonio tra moda e sport. Giorgio Armani – scomparso lo scorso 4 settembre all’età di 91 anni – si è sempre detto “divertito” nel vestire gli atleti. Da Maldini e Berti “alti e slanciati”, perfetti “per la passerella”, fino a Zola e Signori il cui “impaccio fa tenerezza”. Sono i protagonisti dei Mondiali 1994 negli Stati Uniti, dove gli azzurri si presentarono con le divise firmate da Re Giorgio. Un anno prima Armani aveva vestito il “suo” Piacenza. E mentre oltreoceano i divi del cinema facevano la fila per vestire i suoi abiti, in Italia il privilegio spettava in esclusiva ogni domenica a Cleto Polonia, Settimio Lucci e Massimo Taibi. La maison continuò ad investire sullo sport, finché nel 2024 non venne creato un marchio ad hoc. L’EA7, firma dei capi sportivi e dell’abbigliamento tecnico, un tributo ad Andriy Shevchenko. Un amico, prima che un campione ammirato, che conobbe proprio ad una sfilata Armani quella che sarebbe poi diventata sua moglie. “Il mondo perde un uomo che gli ha insegnato l’eleganza. Io perdo un amico. Grazie di tutto, caro Giorgio”, il messaggio di cordoglio di Sheva.
Nel 2006 e nel 2006 Armani mise la firma sulla nazionale inglese di calcio. Non una qualunque, vista la presenza in squadra di David Beckham. Un’icona di stile, presenza fissa sulle riviste mondiale, che garantiva alla federazione britannica una pioggia di sterline. Settanta furono i milioni incassati dalla nazionale dei tre leoni grazie agli sponsor. Merito soprattutto dello Spice Boy. “Oggi i calciatori sono i nuovi leader dello stile”, sottolineò Armani. Sul campo trionfò l’Italia, griffata Dolce e Gabbana, ma il Mondiale dello stile fu inglese. Con buona pace dell’Italia e della sua capitale della moda, Milano, che però dal 2004 tornò protagonista del basket italiano e internazionale. Prima con una generosa sponsorizzazione di Armani Jeans in un momento di difficoltà della pallacanestro milanese. Poi con la lunga ma trionfale trattativa per il passaggio delle quote da Giorgio Corbelli allo stilista piacentino. Fatto 30, Armani fece 31. E con lui l’Olimpia tornò ad affacciarsi in una dimensione internazionale. Testimoni i numeri delle Scarpette Rosse: in diciassette anni da proprietario dell’Olimpia, Armani ha collezionato ben quindici trofei: sei scudetti, quattro coppe Italia e cinque supercoppe italiane.
Il ricordo più dolce arriva proprio dal parquet. “Mi faceva piacere quando durante l’intervallo delle partite giocava con i nostri figli. Era felice di far sorridere i bimbi, mentre noi eravamo concentrati sul match. Vedevo una luce nei suoi occhi che trasmetteva grande umanità”, ha detto Gigi Datome, giocatore dell’Olimpia dal 2020 al 2023 e oggi coordinatore dell’attività delle nazionali azzurre. C’è tanto altro tra Armani e lo sport. Il Napoli, di cui l’EA7 è sponsor tecnico dal 2021: “Con grande tristezza apprendo della morte dell’amico Giorgio Armani”, ha scritto il presidente del club partenopeo, Aurelio De Laurentiis. E anche la Juventus, che da quest’anno per la prima volta (dopo una precedente collaborazione) ha la firma Armani sul guardaroba formale. Nel 2019 Emporio Armani è diventato Fashion & Luxury Outfitter della Figc e continua ancora oggi a vestire la Nazionale maggiore, la Nazionale Femminile e l’Under 21 azzurre. Senza dimenticare gli sport invernali e la partnership con la Fisi.
Ma se si parla di Armani e sport non si possono dimenticare le Olimpiadi. Giorgio Armani ha vestito gli atleti azzurri ai Giochi estivi di Londra 2012, Rio 2016 e Tokyo 2020 e a quelli invernali di Sochi 2014, Pyeongchang 2018 e Pechino 2022. Lo farà ancora il prossimo anno a Milano-Cortina. “Milano, Olimpiadi e Paralimpiadi. Non potrei immaginare un progetto di collaborazione più stimolante, che vede protagonisti la città che tanto mi ha dato e lo sport”, le sue parole nell’evento di presentazione delle divise ufficiali dell’Italia Team ai Giochi invernali, lo scorso 26 maggio. Fu l’ultima uscita pubblica: sorridente, total black, in contrasto con il solo colore scelto per le divise: bianco, “per suggerire armonia con le vette innevate. Tra i valori dello sport, il rispetto è forse uno dei più alti, e l’ho condensato in un’idea di semplicità, pulizia e purezza”. L’ultimo lascito diretto allo sport di Re Giorgio.



