Giochi Paralimpici, Orgoglio Italiano. I Limiti Sono Negli Occhi Di Chi Guarda

La disabilità è una molla che spinge a superarsi. Lo diceva Ludwig Guttmann, inventore delle Paralimpiadi e lo dimostrano gli atleti a Tokyo

 

A Tokyo2020 abbiamo visto atleti raggiungere risultati incredibili, donne e uomini da record che, grazie all’allenamento costante, alla determinazione e ad anni di sacrifici, hanno tagliato traguardi che per la maggior parte delle persone sono impossibili. L’Italia ha vinto e stravinto. Giochi Olimpici e Paralimpici sono distinti ma poco importa, tutti i nostri atleti sono simbolo dello sport ai massimi livelli: muscoli forti e menti valorose. Peccato che una parte dei media tenda ancora a raccontare le performance degli atleti con disabilità con retorica stucchevole, calcando la mano più sulla loro storia personale che sui risultati sportivi. Sono le classifiche a parlare: i nostri atleti non sono eroi epici in lotta contro il destino né i loro record sono miracoli. Abbiamo di fronte sportivi fortissimi che vincono, vincono, vincono. Raccontiamoli come tali.


I limiti sono negli occhi di chi guarda

Giochi Paralimpici non sono nati per solleticare la compassione ma per dimostrare che l’essere umano, in qualsiasi condizione, può rimettersi in gioco, superare limiti e ostacoli, reagire. La nascita delle competizioni tra atleti con disabilità di tutto il mondo è un’invenzione di Ludwig Guttmann, direttore del centro di lesioni spinali di Stoke Mandeville, in Inghilterra, che nel 1948, in concomitanza con i Giochi Olimpici di Londra organizzò una competizione per persone disabili mielolese. Nel 1952 arrivò ai Giochi di Stoke Mandeville anche un team di atleti olandesi che rese la competizione internazionale. Roma 8 anni dopo ospitava i Giochi Olimpici; qui si disputò la prima edizione di quelle che vengono considerate le prime Paralimpiadi moderne. Come ama ricordare il presidente del Cip Luca Pancalli, sotto l’aspetto tecnico non sono paragonabili allo sport paralimpico attuale, ma quelle gare segnarono una svolta. Arrivarono atleti da 23 Paesi del mondo. La delegazione italiana era la più nutrita (foto), proprio come a Tokyo2020. Per l’Italia quest’anno gli ori sono stati 14 e i podi 69, 11 in meno di quelli del 1960 ottenuti a Roma e mai eguagliati.
Un dato: da Toronto 1976 a Londra 2012 il nostro Paese era uscito dalla top 10 del medagliere. Oggi addirittura l’Italia può vantare, come a Rio 2016, di essere nella top 10 nel medagliere di entrambi i Giochi.

 

“La disgrazia patita è la molla che li spingerà a ricostruirsi. Sente il loro il desiderio di riscatto, la voglia di mettersi in gioco e competere. Coglie anche l’amicizia profonda che li lega. Una sola parola può racchiudere tutto questo, si chiama sport, diceva Guttmann, ebreo tedesco che riuscì a rifugiarsi in Inghilterra grazie alla sua fama mondiale di neurologo. L’idea di una competizione per persone paraplegiche nacque in lui dopo anni di osservazione. Come volontario nei Servizi medici di Emergenza nazionale si era occupato dei feriti della Grande Guerra e si era accorto che molti di questi, giovanissimi, venivano sedati e abbandonati fino al sopraggiungere della morte, considerati irrecuperabili. Nessun percorso riabilitativo, nessuna fisioterapia, nessuno stimolo esterno. Approdato al centro di Stoke Mandeville, eliminò i sedativi e cambiò metodo: non si rassegnava di fronte a quei malati, trascorreva del tempo con loro, li ascoltava… ma soprattutto li teneva seduti e tentava di farli giocare a palla, donando loro la dignità attraverso il movimento.
I Giochi Paralimpici non sono nati come competizioni riservate ad atleti di serie B. Se inizialmente quel “para” faceva riferimento agli atleti paraplegici, con l’aggiungersi di categorie sempre nuove oggi il riferimento è alla loro tradizionale prossimità  rispetto ai Giochi Olimpici.

 

Raccontiamo gli sportivi, non i protagonisti di un’odissea

Non esistono atleti “meno atleti”. Tutti gli atleti gareggiano per vincere e tutti gli atleti sanno bene che lo sport riserva soddisfazioni a chi lavora duramente e guarda dritto davanti a sé verso un unico obiettivo: raggiungere l’impossibile.
Per gli atleti con disabilità lo sport può essere anche uno strumento di rinascita o uno strumento per riprendere confidenza con il proprio corpo dopo un trauma, ma resta ciò che è per definizione: un amico fedele che spinge a superarsi e a migliorare le proprie abilità.
Le storie personali dei campioni sono sempre preziose per comprenderne la tenacia ma perdono valore se l’accento non viene messo sui record, sull’eccellenza, sui risultati. La disabilità in questo contesto è ciò che intendeva Guttmann: una molla in più che spinge a mettersi in gioco e che porta a dimostrare che i limiti sono solo negli occhi di osserva.
Quando un atleta con disabilità sale sul podio altro è uno sportivo valoroso che ha appena vinto una gara battendo gli avversari. È il più forte, ha trionfato dopo anni di duro lavoro, fisico e mentale. La disabilità diventa uno strumento. Pietismo e retorica non hanno motivo di esistere.

Raccontiamo gli atleti allora, estraendone soltanto alcuni dalla lista lunghissima degli sportivi che in queste settimane ci hanno fatto sognare.

Raccontiamo Assunta Legnante, che ammette di provare “rabbia” di fronte all’argento nella finale del lancio del peso F12 femminile, battuta per soli 16 centimetri. “Purtroppo forse chiedo anche troppo a me stessa e a 43 anni non è che si può fare più quello che si faceva prima. Non posso dire di non averci provato, ma provarci e non riuscirci non è sufficiente”, ha dichiarato. Per noi spettatori la sua maschera da Uomo Tigre ha ruggito eccome, ma per un atleta accontentarsi sarebbe fatale.

Raccontiamo il trio Caironi-Contrafatto-Sabatini e il risultato storico nei 100 metri femminili T63 (atleti con protesi a un arto). Ambra Sabatini, prima al traguardo, arriva in lacrime seguita da quelle che sono diventate ormai 2 amiche. Dopo l’amputazione seguita ad un incidente in motorino uno dei suoi modelli è stata proprio Martina Caironi. “Smettere di correre era fuori discussione. La voglia di ricominciare l’ho avuta da subito: sapevo che anche senza una gamba si poteva fare”, racconta. L’argento va alla Caironi, che a 18 anni era una pallavolista e dopo un incidente causato da un pirata della strada è passata all’atletica. Dietro di loro (accanto, dovremmo dire) Monica Contrafatto, che dice di sentirsi un supereroe quando corre e dedica la medaglia all’Afghanistan, “il Paese che mi ha tolto una parte di me ma in realtà mi ha regalato tante emozioni e una nuova vita, che è fighissima”.

 

Raccontiamo ovviamente Bebe Vio, oro nel fioretto femminile categoria B che dopo l’ennesimo risultato grandioso racconta di aver rischiato di morire soltanto qualche mese fa per via di un’infezione. Il suo arrivo a Tokyo ha stracciato ogni pronostico e diagnosi. Il suo è il volto della rinascita e della caparbietà per antonomasia.

Raccontiamo Oney Tapia, nato a Cuba con la passione per il baseball. Arrivato in Italia trova lavoro come giardiniere e diventa cieco quando un grande tronco gli cade in pieno viso. Passa al lancio del disco e conquista una medaglia dopo l’altra, fino al 2018 con il record del mondo. A Tokyo arriva il bronzo. Ha 45 anni. Negli anni ha trovato anche il tempo per diventare una celebrità del piccolo schermo vincendo nel 2017 lo show “Ballando con le stelle”.

Raccontiamo Veronica Yoko Plebani, bronzo nel triathlon nella categoria Pts2 dopo anni di lavoro e dedizione assoluta per lo sport. Colpita da una meningite a 15 anni, Veronica non nasconde le cicatrici e ama il proprio corpo. Con i suoi messaggi sui social e le sue immagini talvolta anche senza veli ci ricorda che ogni essere umano possiede una bellezza unica e che i filtri sono del tutto inutili se impariamo ad accettarci.

Raccontiamo, infine, Alex Zanardi, il grande assente che ha vinto l’impresa magica di portare in Giappone gli atleti di Obiettivo3. Il suo obiettivo era portarne 3, alla fine a Tokyo sono volati in 4 e Katia Aere, 50 anni, ha regalato la prima medaglia all’associazione, un bronzo nella prova in linea della categoria H5. Speriamo che anche Alex possa festeggiare presto questa grande Italia di sport.

Anna Tita Gallo