Domenica, 21 Aprile 2019

I Il Fatto

Le polemiche saudite e i gesti che servono allo sport

La Supercoppa Italiana che si è disputata in Arabia Saudita ha scatenato una serie di reazioni, soprattutto negative, sull’opportunità di andare a giocare (per soldi) in un Paese sotto dittatura dove i diritti umani, specie quelli delle donne, vengono costantemente calpestati. La storia sportiva ci insegna che in passato si sono vissuti boicottaggi - come quello occidentale all’Olimpiade di Mosca 1980 o quello del blocco dell’Est ai Giochi del 1984 a Los Angeles – motivati da questioni di principio. Tante le prese di posizione politiche e strumentali su questo Juventus-Milan, spesso anche ipocrite visto, per esempio, che la scelta della Lega calcio Serie A è di almeno sei mesi fa e allora non ci furono grandi interventi in merito. Così come in Qatar nel 2022 sono in programma i Mondiali di calcio e da anni Amnesty international denuncia lo sfruttamento e la schiavizzazione dei lavoratori - con parecchie morti “bianche” per costruire gli impianti per quell’evento – ma la comunità internazionale sembra sorda.

Qui c’è da riflettere andando oltre, per valorizzare l’impatto mediatico e popolare dello sport non solo per uno sfruttamento economico, ma mettendo sempre l’uomo al centro del progetto.
C’è un fatto di oltre cinquanta anni fa, che sulla rete continua a “girare” ed è dunque conosciuto dai giovani: 16 ottobre 1968, Città del Messico, premiazione della finale olimpica dei 200 metri. Gli americani Tommie Smith, mediaglia d’oro, e John Carlos, bronzo, salgono sul podio e al momento dell’inno americano sollevano il pugno con guanto nero per protestare contro il razzismo imperante nel loro Paese, e oggi la situazione non è molto diversa negli Usa. Un gesto tanto eclatante da essere ancora ricordato e utilizzato come immagine simbolo nella lotta per i diritti dei neri e non solo. Ecco come lo sport può diventare portatore di gesti positivi, anche se dirompenti.

Chiudiamo questa riflessione ricordando il terzo protagonista di quel podio: la medaglia d’argento, l’australiano Peter Norman, che espresse la sua solidarietà alla causa dei due atleti afro-americani indossando lo stemma dell'Olympic Project for Human Rights. Carlos aveva smarrito il proprio paio di guanti neri (l'idea, in origine, era che i due atleti avrebbero sollevato entrambi i pugni guantati di nero) e pare che sia stato lo stesso Norman a suggerire loro di dividersi l'unico paio disponibile, indossando un guanto ciascuno: nella fotografia divenuta celebre, Smith indossa il guanto destro e Carlos il sinistro. Norman venne violentemente condannato dai media australiani per quanto fatto durante quella cerimonia di premiazione e continuamente boicottato dai responsabili sportivi australiani, che non lo fecero partecipare all’Olimpiade di Monaco 1972, nonostante avesse i tempi di qualificazione per 100 e 200 metri. Norman non venne nemmeno coinvolto nell'organizzazione né invitato per i Giochi di Sydney 2000. Scomparso nel 2006 e tardivamente riabilitato dal suo Paese, non ha mai “tradito” quel grande gesto di solidarietà. Un testimone coerente e silenzioso dei propri tempi. Un grande uomo, oltre che un eccellente atleta.

Maurizio Nicita

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