Di Mattia Zucchiatti
Lo sport lo ha vissuto, lo ha cambiato. Poi lo ha anche raccontato, sia con la penna sia con quell’accento americano che si è fatto largo nelle case degli italiani. Dan Peterson compie 90 anni. Novant’anni di idee, strategie, leadership. Novant’anni di un uomo che ha cambiato il basket italiano, ridisegnando anche la figura del coach. Li ha compiuti il 9 gennaio, una data scritta nel destino. Il 9 gennaio 1936 coincide con la sua nascita ma anche con la fondazione dell’Olimpia Milano, con cui lo storico coach statunitense vinse 4 scudetti (1982, 1985, 1986 e 1987), 2 Coppe Italia (1986 e 1987), una Coppa Korać (1985) e una Coppa dei Campioni (1987).
La carriera da coach iniziò nelle università americane. Prima una breve esperienza sul parquet, ma Jack Burmester lo tagliò dalla squadra del liceo. In compenso profetizzò per il giovane Dan un futuro da allenatore. Guidò la nazionale cilena, portandola al sesto posto nei giochi panamericani, il miglior successo fino a quel momento della selezione. Nel 1973 iniziò l’avventura in Italia, prima alla Virtus Bologna, con cui vinse la Coppa Italia del 1974 e lo scudetto del 1976, e poi, dal 1978 al 1987, all’Olimpia Milano, dove sollevò otto titoli.
Dopo la finale persa nel 1979, riportò il titolo nazionale a Milano nel 1982. In tutto, l’Olimpia giocò sei finali scudetto consecutive con Dan Peterson in panchina, vincendo nel 1985, nel 1986 e nel 1987. A livello internazionale disputò con l’Olimpia due finali di Coppa dei Campioni: perse di uno con Cantù a Grenoble nel 1983 ma vinse contro il Maccabi nel 1987 (realizzando il grande slam) e si regalò anche la Coppa Korac nel 1985. Si ritirò a 51 anni nel 1987. Fu un errore, come ebbe modo di dire in seguito: “È stato l’errore più grande della mia vita. Well, ero giunto alla fine, ero molto stanco, anche un po’ esaurito. Non volevo poi tenere in ostaggio la mia società, costringerla ad aspettare, almeno un mese, la mia decisione. Così ho scelto di smettere”.
Tornò sulla panchina dell’Olimpia nel 2011, ma solo per una breve esperienza. Nel 2023 il tributo con tanto di numero ritirato, il 36, quello dell’anno di nascita. Da giornalista seppe raccontare un basket che stava cambiando volto: la zona 1-3-1 e il gioco a elle D’Antoni-Meneghin i guizzi tattici di un allenatore che si è imposto anche nella cultura di massa. Ha fatto il doppiatore, l’attore, il volto pubblicitario. Persino la voce del wrestling in Italia. “Sono un uomo fortunato”, disse. Fortunati i suoi atleti e lettori.



