A 11 anni dalla Guinea al Borgo Don Bosco, la storia di Boubacar: “La PGS come una casa. E che emozione allenare i bambini”

Di Mattia Zucchiatti

Partire dalla Guinea a 11 anni, attraversare Mali e Algeria, subire una detenzione in Libia, rischiare la vita in mare e compierne 14 all’arrivo in Italia. È la storia di Boubacar Diallo, che di anni oggi ne ha 19. Era poco più che un bambino quando ha trovato una casa in un angolo di Roma, tra Quarticciolo e Centocelle. La PGS Borgo Don Bosco, che sui campi dell’omonimo istituto salesiano continua a promuovere l’attività sportiva giovanile con sezioni di basket, futsal, volley, scacchi, atletica e judo, ha compiuto 60 anni da pochi giorni. È qui che Boubacar ha giocato, muovendo anche i primi passi da allenatore. Una passione scoperta quasi per caso. Il lieto fine di una storia che parla di accoglienza e sport inclusivo.

Una storia che parte dalla Guinea

Avevo 11 anni, ho iniziato il viaggio con mio zio. Ho attraversato Mali, Algeria e Libia. Qui sono stato in detenzione, ma anche negli altri paesi, come in Algeria, non si è liberi. Pur non essendo in un carcere, sei in mezzo alle montagne e non è possibile fuggire. Ci hanno fermato di notte i militari algerini. Viaggiavamo al buio per cercare di attraversare le frontiere. Loro conoscono il tragitto dei trafficanti, quindi aspettavano nei punti nevralgici e hanno fermato anche noi. Era notte, buio pesto, mentre camminavamo. Gli ostacoli erano tanti: ricordo che il filo spinato era ovunque. Sono sicuro che i nostri accompagnatori ci hanno portato appositamente da loro.

Poi la perquisizione

Ci hanno controllato benissimo, hanno acceso le luci e chi mi perquisiva mi ha chiesto quanti anni avessi e da dove venissi: pensavo che mi avrebbero fatto tornare in Guinea, invece non mi hanno neanche perquisito bene come fatto con gli altri. Si erano accorti che ero solo un bambino.

In Libia siete stati in detenzione

I carcerieri erano crudeli. C’erano vari gruppi che comandano ogni zona. Noi eravamo a Zawiya, non lontano da Tripoli. Quando siamo arrivati, il gruppo che ci aveva fermato era riuscito a prendere il controllo del territorio. Ho avuto la fortuna di entrare in Italia poco prima del lockdown. Mio zio invece non è mai riuscito ad entrare e adesso si trova in Algeria. Ai trafficanti conviene avere un bambino o una donna incinta a bordo, molti di loro vengono fatti partire gratuitamente. Sono partito con il gommone e un giorno dopo in mare siamo stati salvati da una nave spagnola. Abbiamo aspettato otto giorni. Poi ci hanno portato in Italia.

Dove?

A Messina, dove ho passato il periodo di lockdown. A luglio sono venuto qui a Roma. Volevo andare a Frosinone perché lì viveva un amico di famiglia che si era offerto di darmi una mano ad ambientarmi. Ma non si poteva, ovviamente. Sono passato dal commissariato e loro mi hanno portato al centro di accoglienza. Hanno provato a convincermi senza successo che a Roma avrei avuto più opportunità. Non volevo. Io volevo andare a Frosinone

A Roma non conoscevi nessuno, ma presto ti sei sentito accolto 

Ho fatto un corso di italiano, l’A2, e l’ho superato. E mi hanno detto che avrei potuto fare direttamente la terza media senza dover frequentare altri corsi di lingua. Dopo aver conseguito la licenza media, ho trovato la scuola superiore. Volevo fare informatica e ho frequentato l’istituto tecnico Galileo Galilei. L’assistente sociale mi ha cercato una casa famiglia. Mentre facevo la terza media, si stava muovendo per cercarmi una famiglia d’affidamento visto il mio impegno a scuola. Poi sono arrivato al Borgo Don Bosco.

Come è stato l’inserimento?

Non è stato facile, ma da quando sono arrivato mi sono sentito come a casa. Ho fatto amicizia con i ragazzi in casa famiglia e in oratorio. Mi sono sistemato grazie all’aiuto delle persone e degli operatori presenti. Grazie al Borgo Don Bosco ho fatto diversi tirocini per l’inserimento lavorativo con una retribuzione mensile, tra questi anche l’attività da allenatore.

Che emozione è stata ricevere il patentino da allenatore della Figc?

Bellissima. Ma un’emozione ancora più grande è stata interfacciarsi con i bambini. Quando hanno iniziato a chiamarmi ‘mister’ e ‘maestro’ mi sono emozionato tantissimo. Adoro i bambini e con il calcio ho scoperto una passione.

Magari da riscoprire in futuro?

Mi piacerebbe tanto. Se non fosse per gli impegni personali e lavorativi, sarei sempre qui al Borgo Don Bosco.


Si tratta di una delle tante storie nate in quell’angolo del quartiere Prenestino di Roma, nel Municipio V. La PGS Borgo Don Bosco è nata nel 1965 raccogliendo il testimone della U.S. Cadmea, fondata a sua volta nel 1948 su volontà di Don Cadmo Biavati, salesiano e primo direttore dell’Opera salesiana Borgo Ragazzi Don Bosco. Fin dalle origini, la missione del Borgo è stata chiara: offrire ai giovani un luogo dove crescere attraverso lo sport, in un ambiente sano, educativo e accogliente, guidato dallo spirito salesiano. Quella di Boubacar è l’ennesima testimonianza di come al Borgo Don Bosco sia possibile progettare un percorso educativo e formativo ad hoc per ogni ragazzo. Nonostante il quadro sia cambiato rispetto agli anni ’40 e ’50, Quarticciolo e Centocelle rimangono contesti caratterizzati da situazioni di disagio e precarietà. Oltre 300 i volontari, migliaia i ragazzi seguiti e le famiglie sostenute dal Borgo. Un lavoro al servizio dei giovani. Un lavoro che continua dal dopoguerra ad oggi, destinato a continuare per altri 60 anni.